#09 EMILIA FARO

{"slide_to_show":"1","slide_to_scroll":"1","autoplay":"true","autoplay_speed":"6000","fade":"false","speed":"666","arrows":"true","dots":"false","loop":"true","nav_slide_column":"3","rtl":"false"}
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image
Slider Nav Image

Attraverso le sculture e le installazioni di Emilia Faro le fratture, le esperienze traumatiche, i fallimenti, gli impatti con la follia (propria e del mondo) si manifestano come visioni/snodi percorribili in tutti i sensi, veri e propri hub di verità in emersione. 

Nel suo percorso artistico i segnali autobiografici si mescolano con riflessioni più generali sulla condizione dell’Uomo nel suo rapporto con l’Ambiente, in una dialettica tra ricordo e rigenerazione, tra fissità e flusso, tra monumento a futura memoria e natura che “tutto divora”, per dirla con Goethe. Le opere agiscono dunque in una duplice modalità: da una parte come callo, come sutura monumentale e dall’altra come motore di ricerca di ciò che è segno di passaggio, sia esso intimo e umbratile, sia esso abnorme, meraviglioso o riprovevole.

Emilia Faro sottrae elementi vegetali alla Natura e li riveste di un’amalgama minerale. Sotto la sabbia vulcanica dell’Etna prendono forma, benedette dal Dio Vulcano, sculture dall’anima vegetale, come ricoperte da una pioggia neutra che lascia attoniti.   

L’Etna è forse un’allegoria della fertilità, del calore che sgorga dal grembo della terra. 

E si può dire che tutto il lavoro di Emilia Faro ruoti intorno al rapporto con questo grande genitore e rappresenti la corsa del generato verso il generatore, ripercorrendo le tracce dell’infanzia e finendo per fare i conti in prima persona con la responsabilità di mettere al mondo. 

Ma per Emila Faro la nascita è un segno ambivalente. Le sue opere sono dispositivi che operano nella violenza e nella dolcezza: de-generatori che ricoprono leggeri gli oggetti ontologici con un vento di eternità.

Tutta la poetica di Emilia Faro può essere in qualche modo riassunta nel concetto di innesto, categoria generata dall’osservazione diretta della potatura dei campi di arance paterni, in Sicilia, da bambina.

Un atto estremamente paradossale, che riassume in sé un gesto di distruzione e fertilità, un evento che, nella lacerazione, esibisce il mistero inquietante della metamorfosi, ma può anche svelare l’armonia interiore, il segreto della vita, la poesia.

testo di Fabio Vito Lacertosa

Artisti Correlati

EMILIA FARO