SALVATORE ASTORE – ANNI ’80

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SALVATORE ASTORE
Anni ’80
26.03 – 10.05.2019

Opening; martedì 26 marzo, dalle ore 18

 

Il 26 marzo 2019  davidepaludetto | artecontemporanea inaugura una mostra personale di Salvatore Astore (1957) incentrata su un gruppo significativo di opere realizzate dall’artista nel decennio fra l’inizio degli anni Ottanta e i primi anni Novanta.

Anni ’80 è il secondo appuntamento espositivo dopo la mostra Virus di Sergio Ragalzi, dedicato alla scena artistica di una città, Torino, che attraverso la ricerca creativa condotta in un periodo storico ricco di fermento e di contraddizioni da alcune importanti personalità ha saputo esprimere caratteri di forte peculiarità e originalità al pari di Roma e Milano e sulle quali da qualche tempo si è cominciato a fare piena luce.

In galleria compaiono le celebri Calotte e i Crani-Uomo, sculture di grandi dimensioni a parete leggermente convesse, dalla forte valenza organica realizzate in quegli anni; le Anatomie Vascolari (Cervelli) pitture e opere su carta da lucido afferenti al discorso iniziato precedentemente da Astore sulle anatomie umane; un esempio di Container, scultura autoportante in ferro saldato e verniciato attraversata da una profonda saldatura simile a una frattura o a una sutura ossea; infine un piccolo nucleo di disegni con lo stesso titolo inerenti al tema delle sculture, dai quali emerge non solo l’eleganza formale del segno ma anche il carattere autonomo che questa forma espressiva ha ricoperto nell’intera produzione dell’artista.

Le opere in mostra, provenienti dalla collezione privata di Franz Paludetto (esposte in permanenza al Castello di Rivara – Museo d’Arte Contemporanea) con cui l’artista ha intrattenuto un lungo rapporto professionale e da collezioni private, esemplificano perfettamente la vocazione monumentale della scultura di Astore e la determinazione a creare un vocabolario di forme forti, pure, imprescindibili e altamente riconoscibili.

Né astratte né figurative, le prime sculture in ferro saldato riproducenti porzioni craniche ingigantite e ripetibili infinite volte compaiono intorno alla metà degli anni Ottanta (1984/1985) anticipate da una serie di pitture sulle anatomie umane e animali (CalotteColonna vertebrale, Cavalli, Scimmie), mettendo in evidenza nella propria scarna e fredda essenzialità la volontà dell’artista di far emergere un linguaggio inedito, scaturito da una precisa e profonda necessità plastica, articolato in forme che sono da leggersi come pura presenza. Nel 1987 viene allestita da Franz Paludetto un’insolita e stupefacente mostra dal titolo programmatico – Immagine Eretta– all’interno dei Magazzini Gondrand a Torino.

Il passaggio dall’utilizzo di un materiale povero e primario come il ferro a quello più tecnologico dell’acciaio inox accuratamente levigato e lucidato avviene sul finire degli anni Ottanta quando l’urgenza di rafforzare la relazione fra l’opera d’arte e il reale si fa più pressante e l’impulso creativo deve fare i conti con la forte accelerazione industriale e tecnologica che caratterizza quegli anni. C’è nei lavori di quel periodo una forte tensione strutturale interna alle opere unita però a un’organicità calda, evidente delle forme che subito smarcano la concezione plastica della scultura di Salvatore Astore da quella dei colleghi del Minimalismo d’oltreoceano a cui l’artista guarda con interesse.

Pur condividendo con questi ultimi l’uso di materiali industriali e l’attitudine a creare opere a forte impatto spaziale, la produzione scultorea di Astore è costantemente animata da una tensione organica strutturale, da un vitalismo eclettico delle forme anti-mimetiche, da un calore che non prescinde da una certa artigianalità manuale.

Queste sculture scrive in un catalogo di quegli anni (1989) lo storico dell’arte Francesco Poli “sono forme che risultano costruite secondo una coerenza anatomica necessaria, anche se svuotate da ogni evidente finalità funzionale: sculture in cui risuona intensa la memoria di matrici organiche e archetipiche”.

Le puntuali osservazioni di Francesco Poli inducono un’ulteriore riflessione sulla natura concettuale della ricerca artistica di questo autore. Le sculture di quegli anni, ma anche quelle tutt’ora in produzione, si sottraggono all’interpretazione di puri oggetti estetici destinati alla contemplazione e alla fruizione disimpegnata. Esse scavano un solco profondo nella memoria umana collettiva e individuale; interrogano lo spettatore sul suo passato e sul presente e finalmente si pongono come alterità enigmatica. Sono Forma e Figura e al tempo stesso nulla di tutto ciò. In fondo, solo Presenza, Forma pura, Silenzio.

 Gabriella Serusi, marzo 2019

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