GALLIANO-MIGLIORE-PUSOLE


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DANIELE GALLIANO

BARTOLOMEO MIGLIORE

 PIERLUIGI PUSOLE

05.03.2020 – 04.04.2020


testo a cura di Fabio Vito Lacertosa

Il 5 marzo 2020 la galleria davidepaludetto|artecontemporanea ha inaugurato una mostra collettiva che vede protagonisti Daniele Galliano, Bartolomeo Migliore e Pierluigi Pusole. Un’esposizione dedicata interamente alla pittura e alla sua rinnovata forza come mezzo di conoscenza del mondo.
Cogliere l’oggetto del lavoro di questi artisti oggi, infatti, significa avere tra le mani tre punti di vista differenti e complementari sulle possibilità della pittura tout-court. Se mettendo in campo il tridente Galliano-Migliore-Pusole si è cercata una linea evolutiva nel percorso di ognuno, si è anche resa evidente una dialettica “triplice” e matura nei confronti di una sorta di “realismo”, qui inteso come frammento di verità profonda cercata attraverso meditazione, urgenza o struttura.

Follia/Analisi per Galliano.

Apoteosi/Derisione per Migliore.

Metafisica/Individuo per Pusole.

Pur partendo da un linguaggio che si articola e si svolge attraverso discorsi autonomi e riconoscibili, i tre dialogano in modo naturale verso una definizione di paesaggio molto ampia. La superficie terrestre come universo di fenomeni generati dalla presenza o dall’assenza del genere umano. Un percorso che ha una sua profonda simmetria e linea guida: dalla presenza all’assenza Galliano-Migliore-Pusole;
dall’assenza alla presenza Pusole-Migliore-Galliano.  Tre capitoli complementari e interdipendenti, una visione articolata e difficile da dimenticare. 

Per Pusole una serie di quinte tra natura e artificio, landscapes stratificati nella memoria e asciugati dal tempo sotto forma di strutture “tipo”. Esse provengono dall’esperienza personale (di uomo e di artista) e lavorano per diventare archetipo nel quale la protagonista imprevedibile è la luce, solo elemento ad ‘incidere’ nella narrazione, scavando letteralmente la sua traccia sulla tela. L’uomo, cui ogni forma di apparizione è negata, migra in una sorta di Osservatore-Dio la cui visione è in eterno (seppur impercettibile) movimento.
La serie “L” – monotematica costruzione pittorica giocata nel passaggio tra Piemonte e Sardegna, insiste sullo “scenario” come un’idea ritmica interna precisa, cristallina, a tratti maniacale. Come un solo cool in un tempo medium – la luce fa quello che le pare e imprime modifiche geometriche improvvise. Se la struttura deve essere riconoscibile in quanto paesaggio tipo, ricca di rimandi essenziali ma mai completamente definibile, il solco, ottenuto attraverso una gestualità liberatoria, agisce con forza per poi ricoprirsi di una sorta di densa pietas di resina. A muovere la memoria visiva è l’idea stessa del viaggio, del moto a luogo, dell’osservazione lenta, dal mare. L’umano è fuori osservazione come nelle fotografie di lunghissima esposizione, mentre la patina lucida, lievemente irregolare, gioca un rapporto dialettico e reciprocamente utile con l’acrilico secco e asciutto. Non è uno schermo ma un sintetizzatore, un invasore del piano pittorico, un generatore di segreti interni, un piano di comunicazione tattile tra il sopra e il sotto.  Sale d’argento che ricopre e cristallizza una sorta di polaroid concettuale. Come certe pellicole di Tarkovskyi o come un Friedrich senza umanità visibile.  Sensualità e Meccanicità di un Romantico Analitico.

 

Per Migliore la visione di ogni paesaggio urbano parte dalle “parole che si trovano in giro”, vissute e agite politicamente come manifesti (im)propri, precipitati inderogabili di entità di fatto sovranazionali. Attraverso la forca post-post-punk nella quale l’artista le sottopone a un processo di riduzione alchemica, però, queste tornano a sgretolarsi in elementi caduchi e nuovamente a vivere come parte di un discorso ricombinatorio e  “magico”. La pittura come fanzine ha la funzione essenziale di estrarre elementi di realtà tangibili dalla compressione simbolica della grafìa pubblicitaria.
La ricerca di Migliore si compone di parole, marchi, loghi e simboli che, schiacciandosi sulla tela si danno al pubblico come ripresa di un contatto con le origini delle espressioni, tese ad esaltarne una natura ambivalente, radicale, tridimensionale.  Le cerca lontano, più lontano del solito. Le parole in latino – corto circuito politico più che linguistico –  e l’approdo al neolatino – nella forma di espressioni dialettali meridionali –  sembrano affacciarsi come intrusi di un mondo che continua ad agire nel profondo solco dell’immaginario anglosassone. Mettere insieme nel proprio orizzonte segnico il pugliese U’ cruc’ fiss’ e le canzoni dei Pixies, o Wilson/Fila emblemi del tennis – vera passione dell’artista – è una sorta di documento naturalista post-pop ma anche teneramente human friendly.
Siamo invasi da reclame che costruiscono una sorta di paesaggio multinazionale. Modificarlo, in parte mostrificarlo nella pratica pittorica, dà alla pittura la possibilità di re-inventare questo paesaggio.
Il titolo di questi lavori è “Unsong”, la non canzone. Ma se le parole hanno un suono dire Unsong è come dire Song. Riportare all’orecchio ciò che sembrerebbe territorio esclusivo del nervo ottico. “Una giungla multinazionale che ponga qualche domanda. Le parole si disturbano fra loro come parole di una canzone raccolta nella giungla”
Il suono automatico e ripetitivo, l’emissione potenziale di un segnale visivo. Frequenza. Disturbo. 
Eco.

Per Galliano la compresenza di piani pittorici incrociati, uniti da una prospettiva demiurgica e totalizzante, va dalla danza gestuale di una stesura automatica (follia) fino alla rappresentazione delle moltitudini che abitano le forme della memoria (folla). In Anything (2017), la pittura nasce da una prospettiva inconscia ed informale e diventa onnivora, ironica, formativa, creatrice. La pars destruens viene poi affiancata e superata da segni che riscrivono le gerarchie formali, vincendo sulla paratassi e l’arbitrio. Il paesaggio risultante, luogo di scontro della realtà che improvvisa se stessa con il mito, ordina e libera frammenti di vita notturna come catalogo-giungla del caos. Corollario: la vita non può che essere notturna, e i corpi nient’altro che ‘corpi celesti’. 
 I tagli e le scelte pittoriche, che possono competere e interagire con le ricerche di artisti come Nan Goldin, Wolfgang Tillmans e Lisetta Carmi, sono frammenti istantanei, generati da una visione fotografica e antieroica.  A loro volta questi istanti si sedimentano in narrazioni più complesse e concorrono ad una descrizione dello spazio urbano come oscuro e misterioso set di seduzione. La testimonianza di un rapporto personale con i luoghi e i suoi abitanti e l’uso straniante dello sfocato, allo stesso tempo restituiscono e alterano le idiosincrasie di un periodo indimenticabile. La vita della città viene raccontata senza indulgere in alcuna immedesimazione nei soggetti ritratti. Semmai vicinanza, militanza, tra essi e chi li svela, densa umanità della generazione dei muri e dei rave, come “rappresentanti” di una condizione umana più ampia possibile. L’esplorazione della folla come dialettica tra il particolare intimo e l’universale politico è un tema caro a Galliano sin dagli esordi. I suoi lavori ne sono una registrazione puntuale giocata su una serie di piani differenti. La velocità di esecuzione trae dalla fotografia una sorta di imponente imprimatur. Freddo ed intimo allo stesso tempo, Galliano osserva dall’alto le nevrosi e le grandezze di una generazione messa a confronto iconicamente con la sua pittura.

Chiudo questo testo in modo inusuale, con tre proposte di ascolto.
Sono tre categorie critiche precise. Colgono qualcosa che non posso trovare con le parole.
Con Galliano, Cecil Taylor.
Con Migliore, Antony Braxton.
Con Pusole, Gerry Mulligan.

© Copyright - Davide Paludetto Arte Contemporanea