NAZARENO BIONDO

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NAZARENO BIONDO

25 giugno – 25 luglio 2015

Tappi, lattine ammaccate, pacchetti di sigarette accartocciati o cellulari con circuiti a vista e angoli sbeccati, tutti rigorosamente in marmo e in formato extralarge: sono solo alcune tra le icone della contemporaneità che Nazareno Biondo trasforma in rifiuti fossili, consegnandoli ufficialmente ad un ipotetico domani.
Sono reperti archeologici di un probabile quanto inquietante futuro, in cui il pianeta Terra dovrà capire come evitare di tramutarsi in un’immensa discarica globale.
Sculture che sembrano a prima vista rappresentare l’effimero e la caducità, il termine della breve vita di oggetti banali e quotidiani – dove il nobile marmo prolunga ad aeternum il momento in prossimità della fine – in realtà trasmettono ben altro messaggio, anzi un monito: se paragonati alla durata della vita umana gli scarti e le vestigia del consumismo sono, per la loro natura non decomponibile, destinati a durare un tempo infinito quanto il marmo.
Le sostanze non decomponibili (o decomponibili a lungo termine) rimangono nel terreno senza venire assorbite e si accumulano in modo progressivo ed esponenziale ogni giorno, generando inquinamento e problematiche ambientali, eredità ormai sicura per i posteri.
L’attenzione e la cura dedicata alla raccolta differenziata e al riciclo è ancora scarsa presso gran parte della popolazione mondiale e grandi investimenti sono fatti per campagne di sensibilizzazione e di informazione, in primo luogo rivolte ai giovani.
La ricerca di Nazareno Biondo è una riflessione sulle conseguenze di un consumismo sfrenato, sulla salvaguardia dell’ecosistema, senza dubbio questione oggi di primo piano, e su ciò che un domani costituirà la testimonianza e il lascito della nostra civiltà. 
In contrapposizione alle logiche del consumismo e della produzione industriale in serie, propria dell’epoca dominata dalla riproducibilità tecnica, ciò che è nato per essere clonato in milioni di esemplari, grazie al marmo e alla certosina perizia tecnica dell’artista, riacquista attraverso la scultura nuovamente unicità, ma non solo.
L’oggetto banale e insignificante, progettato per essere replicato infinite volte, iconograficamente caro alla Pop Art, è qui infatti rappresentato non più lustro e accattivante, nelle vesti di oggetto del desiderio, ma al termine del suo ciclo, quando – a desiderio compiuto – non diventa altro che  un qualcosa di esausto, di cui disfarsi.
Prendere a modello ciò che esteticamente ne costituisce l’antitesi è anche la sfida che l’artista raccoglie nel suo fare scultura, ricercando la ‘grande bellezza’ nella decadenza, nella deformità dei volumi e nel logorio e nella consunzione della pelle esterna.
Flessibile, subbia, raspe diamantate e cartavetro sono le tecniche tradizionali che utilizza Nazareno Biondo, senza l’aiuto di assistenti o macchinari tecnologici di sbozzatura 3D, dimostrando maturità tecnica degna di un grande maestro o di un talento precoce.
Protagonisti delle sue sculture sono sì oggetti ordinari e mediocri, ma sempre con una propria storia,  recanti tracce di usura, segni e cicatrici dettati dal tempo. Ripiegati nel loro progressivo degrado e deterioramento, risultano indifesi, come rannicchiati in posizione fetale, semplicemente  in attesa dell’imminente e inesorabile fine.
Che vi sia un parallelo tra la condizione di ciò che viene rappresentato e quella dell’uomo è innegabile: un memento mori attualizzato e riproposto in chiave pop, in cui traspare evidente un afflato nichilista secondo cui ogni cosa, la realtà e per derivazione anche l’uomo, è destinata inesorabilmente a declinare verso il nulla.
Il brand, la marca di produzione, ciò che contraddistingue ogni prodotto dal punto di vista del marketing aziendale, attraverso inattesi jeu de mots diventa statement e il messaggio si  fa slogan, prendendosi gioco della pubblicità.
We are Suffocated 3D, un pacchetto di sigarette, accartocciato e gettato a terra, riporta un astuto anagramma della scritta, Marlboro, evidenziando così in modo ironico come siano stati utilizzati materiali preziosi, il marmo e l’oro, per rappresentare ciò che è un insignificante rifiuto.
Oppure un altro pacchetto, appeso a muro, reca la scritta Winstone storpiando il nome dell’azienda produttrice, sempre in riferimento alla nobile materia di cui è costituito.
I-Star è la carcassa di un cellulare, bene di consumo di ultima generazione destinato alla rapida obsolescenza, non tanto per una questione di deperimento strutturale bensì per l’incalzante e inarrestabile progresso tecnologico.
La sostituzione del telefonino, come di altre apparecchiature elettroniche o informatiche, risulta oggi accelerata in modo esponenziale: ben prima di una naturale dismissione escono sul mercato  nuovi modelli, sempre più performanti e con prestazioni migliori, esasperando i ritmi di consumo oltre ogni misura.
Lo schermo riporta l’effigie di Marilyn Monroe: anche la bellezza o la fama sono un qualcosa di provvisorio e le stelle, anche se brillano, prima o poi sono comunque destinate a spegnersi.
Sull’etichetta mezzo divelta di una lattina ammaccata, citazione della celeberrima Campbell’s Tomato Soup, si legge invece Warhol Soul: gli oggetti celebrati dalla Pop Art, novità e simbolo del progresso negli anni ‘60, e lo stesso artista, entrato nel mito, hanno subito inesorabilmente la stessa fine e declino. 
Come il cibo in scatola per Warhol rappresentava l’omogeneizzazione della società moderna proponendo cibi preconfezionati per tutti, livellando le differenti classi sociali, così il deperimento e la decadenza è il grande denominatore comune che riconcilia esseri animati e non.
Out of Control, bustina contenente un preservativo della nota marca, induce a riflettere sulla crescita demografica sempre più difficilmente gestibile e sulle sue inevitabili conseguenze. 
Laddove cresce la popolazione non possono che aumentare i consumi e di conseguenza gli sprechi, gli scarti e i residui: l’emergenza della salvaguardia ambientale non è disgiunta dagli effetti prodotti dalla presenza dell’uomo sull’ecosistema.
Le opere di Nazareno Biondo si presentano così come veri e propri monumenti al rifiuto: rimasugli e detriti perfettamente riprodotti in marmo, spesso utilizzando il fuori scala, ironizzano − con molta
serietà − sul concetto di durata pressoché eterna dei materiali diversamente biodegradabili che popolano la nostra quotidianità.
Il rifiuto viene riscattato e trasformato in opera d’arte, addirittura in monumento, nel tentativo di essere perenne memoria di ciò che la società contemporanea ogni giorno produce in quantità inimmaginabile e con conseguenze future potenzialmente devastanti.

Testo a cura di Francesca Canfora

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